Quaderni


ANGIOLO MAZZONI E L’ARCHITETTURA FUTURISTA

ANGIOLO MAZZONI E L’ARCHITETTURA FUTURISTAIn occasione del centenario del Manifesto del Futurismo, il CE.S.A.R. si pone come obiettivo quello di riproporre all’attenzione del grande pubblico l’opera di Angiolo Mazzoni, uno dei più interessanti architetti attivi tra le due guerre. L’opera di Mazzoni viene riletta attraverso le testimonianze di professionisti e studiosi che lo conobbero e lo intervistarono prima della sua scomparsa, raccogliendo un inedito materiale documentario che ci permette di comprendere a fondo l’uomo e l’architetto.

Questo numero, ricco di contributi, esordisce con una vasta rassegna di tutti gli architetti che aderirono in varie forme a una delle più importanti avanguardie europee, capace di influenzare profondamente molti dei linguaggi che si svilupparono in Italia e nel mondo nella prima metà del ’900. Il nostro viaggio nel futurismo si arricchisce inoltre della preziosa collaborazione dell’Estorick Gallery di Londra, il maggior centro museale inglese dedicato all’arte delle avanguardie italiane, che ci presenta una selezione delle sue opere più significative e delle sue principali iniziative culturali, e del RIBA, Royal Institute of British Architects, che ci ha messo ha disposizione immagini originali conservate presso il suo archivio fotografico. Si aggiunge a questi interventi un contributo sul magistrale restauro del Palazzo postale di Sabaudia che, attraverso tecnologie sofisticate, viene restituito al suo originale splendore. Infine viene proposta una significativa selezione dell’archivio Marchi e dell’archivio Fiorini – quest’ultimo custodito all’Archivio Centrale dello Stato – nel segno di nostro costante impegno, ad ampio raggio, in favore della tutela e della conservazione dei beni architettonici e artistici.

Questa affascinante escursione nell’“universo futurista” ha permesso di mettere in evidenza come questa avanguardia ‘italiana’, nonostante le sue utopiche visioni metropolitane, manifestasse la ‘tradizionale’ necessità di pensare la città come un interno architettonico. La contemporaneità ha saputo raccogliere solo le più perverse eccentricità di questa ricerca, che già allora Piero Portaluppi denunciò con pungenti e ironici progetti che ad oggi ci fanno vedere quelle magnifiche visioni come tristi presagi.

IL BELLO CHE CURA

il bello che curaFacendo un confronto con i recenti progetti di ospedali, dove l’aspetto tecnicistico rivela una fede assoluta nella tecnologia e nel suo aspetto taumaturgico determinando all’esterno, nella città, una vista desolante (pensiamo ai progetti “eco” come quello di Ove Arup per il Policlinico di Roma), si evince che dell’idea dei sanatori antitubercolari e delle colonie elioterapiche, come erano stati concepiti, «non facevano parte solo la scelta climatica, la collocazione altimetrica, l’esposizione al sole, l’alimentazione e il riposo, oltre che le terapie mediche; ma anche la valutazione terapeutica e curativa della bellezza, delle qualità estetiche e paesaggistiche, della confortevolezza degli edifici come degli spazi circostanti».

La scoperta degli antibiotici, avvenuta negli anni Quaranta, insieme ai continui progressi della medicina che hanno prodotto farmaci migliori e meno costosi dei soggiorni in alta quota, ha segnato il destino delle località che avevano fatto delle cure mediche il loro punto di forza. Ma se nel migliore dei casi ci si orienta verso altre tendenze, come i soggiorni “welness”, in taluni casi, invece, come per il Berghof di Davos, si sperimentano addizioni che rischiano di snaturarne l’essenza soprattutto nel rapporto con il paesaggio. Così come rischia di sparire quell’altra particolare tipologia, sempre legata alla tubercolosi, che è rappresentata dai dispensari antitubercolari, presidi di prevenzione e monitoraggio della malattia presenti nelle principali città.

Questa pubblicazione offre non solo uno spunto per ripensare l’approccio contemporaneo all’edilizia sanitaria, ma anche una riflessione sulla crescita urbana. Nel 1913 Giuseppe Sanarelli, professore d’Igiene all’Università di Bologna, osservando la notevole diminuzione della mortalità legata alla tisi, proponeva la costruzione di città giardino per impedire la diffusione della malattia in Italia: «Organizziamo le città-giardino, sostituendole, a grado a grado, alle mostruose edificazioni urbane immaginate dall’uomo allorquando egli non era in grado di prevedere né di rendersi esatto conto della loro assurda estetica né dei loro inevitabili danni sanitari...».

CITTA' MOBILE - MOBILE CITY

Città Mobile La “città contemporanea per tre milioni di abitanti”, presentata da Le Corbusier alla Exposition internationale des arts decoratifs del 1925, come frutto di una ricerca finanziata da un costruttore di automobili Voisin e che prevede un radicale intervento di demolizione e ricostruzione del centro di Parigi con la realizzazione di grattacieli cruciformi e basata su un impianto viario razionale, un centro commerciale con al suo interno funzioni direzionali e servizi, una parte delle residenze situata all'interno della città, ed una ulteriore fascia residenziale suburbana, aveva proprio l'intento di dimostrare l'inadeguatezza della città attuale rispetto alle necessità dell'uomo contemporaneo.

Teorie che sfociano nel 1933 ne La Ville Radieuse dove le necessità dell'uomo moderno sono ridotte al minimo secondo i dettami della nascente cultura dell’“età della macchina”. Ma le strade nelle grandi città sono da allora imbottigliate da congestioni senza precedenti e il traffico veicolare presente nelle città sin dall’antichità è accresciuto a causa delle automobili che sono costrette a viaggiare più lentamente delle antiche vetture a cavallo. La velocità media del traffico a Londra è oggi di 16 Km/h e simile a quella che si aveva alla fine del XIX secolo.

L'ALLUMINIO NELL'E42 - L'ARCO IMPERIALE

l'alluminio nell'E42 - l'Arco Imperiale La scelta e l'accordo di tutti i materiali da costruzione riuniti in un progetto architettonico trovano, nell'Italia degli anni Trenta, un'espressione caratteristica in tre elementi: marmo, alluminio e cristallo.

Infatti il vetro ed il marmo, materiale edile antichissimo, avendo accanto sempre più spesso un metallo nuovo quale l'alluminio, danno forma ad una nuova fisionomia estetica: ne è un tipico esempio il Palazzo Montecatini di Gio Ponti a Milano. Nel XIX secolo i metalli nell'architettura vennero rappresentati soprattutto dalla ghisa e dal ferro: agli inizi del XX secolo, invece, è l'alluminio che tenta di crearsi uno spazio accanto ai materiali tradizionali nel campo dell’edilizia, della decorazione, dell'arredamento e degli infissi.

Nella politica di compromesso vigente nell'architettura del ventennio fascista, tra edifici monumentali in marmo e opere di fede razionalista, quando riesce a vincere la semplificazione delle forme si effettua anche la revisione dei materiali costruttivi abolendo l’apparato decorativo: l'alluminio giunge nel settore edilizio proprio quando si cerca una nuova interpretazione della decorazione, proponendosi come possibile sostituto e prestandosi, con grande duttilità, a servire ogni funzione ed ogni nuova idea.

AGORÀ A CIELO SCOPERTO

Agorà a cielo scopertoSono almeno 300 le città ricostruite o realizzate ex-novo in Spagna dopo la guerra civile ad opera della Dirección General de Las Regiones Devastadas e dall'Instituto Nacional de Colonizacion tra il 1940 e il 1969.
Un immenso patrimonio architettonico ed urbanistico che merita oggi di essere riscoperto e valorizzato. Un patrimonio che reca con sé la presunta aggravante di sommare una predilezione per l'uso di un linguaggio tradizionale e vernacolare all'iniziativa del regime franchista, che, a differenza di quanto è avvenuto per le città di Fondazione degli anni '30 in Italia, che hanno visto comunque un riconoscimento internazionale in virtù dell'adesione alle tendenze moderniste, ne ha determinato un vero e proprio oblio culturale.
Proprio le città dell'Agro Pontino (in particolare Sabaudia) sono i principali modelli di riferimento per questi borghi legati anch'essi, come nel caso dell'Italia, alla bonifica del territorio.
In trent'anni architetti e ingegneri idraulici lavorarono fianco a fianco per costruire, oltre alle città, canali di irrigazione, linee elettriche, campanili e torri, secondo una poetica rurale che ancora li contraddistingue nel sapiente uso della natura e delle tradizioni locali.
Alejandro de la Sota e José Fernández del Amo sono i principali protagonisti di quest'avventura spagnola che testimonia quanto distanti furono tra loro Spagna ed Italia nella scelta del linguaggio architettonico.
Questa pubblicazione mostra l'argomento attraverso la documentazione d'archivio e le fotografie dello stato attuale di alcuni dei più importanti centri di fondazione tra i quali: Esquivel, Vegaviana, Enterrìos, San Isìdro de Albatera, La Vereda


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