Facendo un confronto con i recenti progetti di ospedali, dove l’aspetto tecnicistico rivela una fede assoluta nella tecnologia e nel suo aspetto taumaturgico determinando all’esterno, nella città, una vista desolante (pensiamo ai progetti “eco” come quello di Ove Arup per il Policlinico di Roma), si evince che dell’idea dei sanatori antitubercolari e delle colonie elioterapiche, come erano stati concepiti, «non facevano parte solo la scelta climatica, la collocazione altimetrica, l’esposizione al sole, l’alimentazione e il riposo, oltre che le terapie mediche; ma anche la valutazione terapeutica e curativa della bellezza, delle qualità estetiche e paesaggistiche, della confortevolezza degli edifici come degli spazi circostanti».
La scoperta degli antibiotici, avvenuta negli anni Quaranta, insieme ai continui progressi della medicina che hanno prodotto farmaci migliori e meno costosi dei soggiorni in alta quota, ha segnato il destino delle località che avevano fatto delle cure mediche il loro punto di forza. Ma se nel migliore dei casi ci si orienta verso altre tendenze, come i soggiorni “welness”, in taluni casi, invece, come per il Berghof di Davos, si sperimentano addizioni che rischiano di snaturarne l’essenza soprattutto nel rapporto con il paesaggio. Così come rischia di sparire quell’altra particolare tipologia, sempre legata alla tubercolosi, che è rappresentata dai dispensari antitubercolari, presidi di prevenzione e monitoraggio della malattia presenti nelle principali città.
Questa pubblicazione offre non solo uno spunto per ripensare l’approccio contemporaneo all’edilizia sanitaria, ma anche una riflessione sulla crescita urbana. Nel 1913 Giuseppe Sanarelli, professore d’Igiene all’Università di Bologna, osservando la notevole diminuzione della mortalità legata alla tisi, proponeva la costruzione di città giardino per impedire la diffusione della malattia in Italia: «Organizziamo le città-giardino, sostituendole, a grado a grado, alle mostruose edificazioni urbane immaginate dall’uomo allorquando egli non era in grado di prevedere né di rendersi esatto conto della loro assurda estetica né dei loro inevitabili danni sanitari...».
La “città contemporanea per tre milioni di abitanti”, presentata da Le Corbusier alla Exposition internationale des arts decoratifs del 1925, come frutto di una ricerca finanziata da un costruttore di automobili Voisin e che prevede un radicale intervento di demolizione e ricostruzione del centro di Parigi con la realizzazione di grattacieli cruciformi e basata su un impianto viario razionale, un centro commerciale con al suo interno funzioni direzionali e servizi, una parte delle residenze situata all'interno della città, ed una ulteriore fascia residenziale suburbana, aveva proprio l'intento di dimostrare l'inadeguatezza della città attuale rispetto alle necessità dell'uomo contemporaneo.
Teorie che sfociano nel 1933 ne La Ville Radieuse dove le necessità dell'uomo moderno sono ridotte al minimo secondo i dettami della nascente cultura dell’“età della macchina”. Ma le strade nelle grandi città sono da allora imbottigliate da congestioni senza precedenti e il traffico veicolare presente nelle città sin dall’antichità è accresciuto a causa delle automobili che sono costrette a viaggiare più lentamente delle antiche vetture a cavallo. La velocità media del traffico a Londra è oggi di 16 Km/h e simile a quella che si aveva alla fine del XIX secolo.
La scelta e l'accordo di tutti i materiali da costruzione riuniti in un progetto architettonico trovano, nell'Italia degli anni Trenta, un'espressione caratteristica in tre elementi: marmo, alluminio e cristallo.
Infatti il vetro ed il marmo, materiale edile antichissimo, avendo accanto sempre più spesso un metallo nuovo quale l'alluminio, danno forma ad una nuova fisionomia estetica: ne è un tipico esempio il Palazzo Montecatini di Gio Ponti a Milano. Nel XIX secolo i metalli nell'architettura vennero rappresentati soprattutto dalla ghisa e dal ferro: agli inizi del XX secolo, invece, è l'alluminio che tenta di crearsi uno spazio accanto ai materiali tradizionali nel campo dell’edilizia, della decorazione, dell'arredamento e degli infissi.
Nella politica di compromesso vigente nell'architettura del ventennio fascista, tra edifici monumentali in marmo e opere di fede razionalista, quando riesce a vincere la semplificazione delle forme si effettua anche la revisione dei materiali costruttivi abolendo l’apparato decorativo: l'alluminio giunge nel settore edilizio proprio quando si cerca una nuova interpretazione della decorazione, proponendosi come possibile sostituto e prestandosi, con grande duttilità, a servire ogni funzione ed ogni nuova idea.
Sono almeno 300 le città ricostruite o realizzate ex-novo in Spagna dopo la guerra civile ad opera della Dirección General de Las Regiones Devastadas e dall'Instituto Nacional de Colonizacion tra il 1940 e il 1969.
Un immenso patrimonio architettonico ed urbanistico che merita oggi di essere riscoperto e valorizzato. Un patrimonio che reca con sé la presunta aggravante di sommare una predilezione per l'uso di un linguaggio tradizionale e vernacolare all'iniziativa del regime franchista, che, a differenza di quanto è avvenuto per le città di Fondazione degli anni '30 in Italia, che hanno visto comunque un riconoscimento internazionale in virtù dell'adesione alle tendenze moderniste, ne ha determinato un vero e proprio oblio culturale.
Proprio le città dell'Agro Pontino (in particolare Sabaudia) sono i principali modelli di riferimento per questi borghi legati anch'essi, come nel caso dell'Italia, alla bonifica del territorio.
In trent'anni architetti e ingegneri idraulici lavorarono fianco a fianco per costruire, oltre alle città, canali di irrigazione, linee elettriche, campanili e torri, secondo una poetica rurale che ancora li contraddistingue nel sapiente uso della natura e delle tradizioni locali.
Alejandro de la Sota e José Fernández del Amo sono i principali protagonisti di quest'avventura spagnola che testimonia quanto distanti furono tra loro Spagna ed Italia nella scelta del linguaggio architettonico.
Questa pubblicazione mostra l'argomento attraverso la documentazione d'archivio e le fotografie dello stato attuale di alcuni dei più importanti centri di fondazione tra i quali: Esquivel, Vegaviana, Enterrìos, San Isìdro de Albatera, La Vereda
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